In late 2025, three Berlin-based cyclists — Maya, Lotti and Tatiana — embarked on a 23-day bikepacking journey from Berlin to Nepal, riding around 400km and climbing more than 10,500 metres on the Annapurna Circuit. What began as a dream of high mountains and slower travel became an intense, grounding and deeply self-reflective experience.
Intense, grounding, self-reflecting
Maya: “I’ve always been drawn to pushing my limits while exploring remote corners of the planet. When we started planning Nepal, it had been a long time since I’d travelled so far from home — I felt an enduring pull toward high mountains. Where better to answer that call than the Himalayas? Although I often head out alone on wild expeditions, I knew this environment would demand more.
I was also craving a slower pace. As an ultra-racer, I’m used to moving quickly through extraordinary landscapes, rarely stopping long enough to truly absorb them. This journey was about the opposite: pausing, connecting with the land and its people, and letting the rhythm of the mountains set the tempo. Less about stats, more about presence and perspective.
The idea to cycle the Annapurna Circuit didn’t begin with Nepal. It grew from a dream of riding the Pamir Highway from Tajikistan to Kyrgyzstan. When I reached out to Marco Ricci, founder of Esplora.cc, we spoke about logistics and what it would take to tackle that challenge. But with ongoing political tensions and border closures in the region, Marco mentioned he’d be guiding an expedition on the Annapurna Circuit — and invited me to join.
The thought of travelling to Nepal and riding through the Himalayas was enough. I didn’t hesitate. When I shared the plan with my friends Lotti and Tatiana, they were equally drawn to the idea. Soon we were on our first group call, dreaming big and tracing lines across maps. Marco later told us another rider, Alessandro, would join — proof that the best adventures often begin with a mix of friendship, fate, and a leap of faith.
Six months later, we flew from Berlin to Kathmandu, meeting Marco and Alessandro during a stopover in Doha. Two nights in Nepal’s capital gave us time to shake off jet lag and dive into its vibrant chaos — temples, traffic, colours, incense, and noise.”
Alla fine del 2025, tre cicliste berlinesi – Maya, Lotti e Tatiana – hanno intrapreso un viaggio in bicicletta di 23 giorni da Berlino al Nepal, percorrendo circa 400 km e salendo oltre 10.500 metri sul circuito dell’Annapurna. Quello che era iniziato come un sogno di viaggio lento e montagne altissime, si è trasformato in un’esperienza intensa, radicata e profondamente auto-riflessiva.
Intenso, radicato, riflessivo
Maya: “Sono sempre stata attratta dal superare i miei limiti esplorando angoli remoti del pianeta. Quando abbiamo iniziato a pianificare il Nepal, era da molto tempo che non viaggiavo così lontano da casa: sentivo un’attrazione persistente verso le montagne altissime. Quale posto migliore dell’Himalaya per rispondere a questa chiamata? Sebbene spesso parta da sola per spedizioni selvagge, sapevo che questo ambiente avrebbe richiesto di più.
Desideravo anche un ritmo più lento. Come ultra-runner, sono abituata a muovermi velocemente attraverso paesaggi straordinari, raramente fermandomi abbastanza a lungo per assorbirli veramente. Questo viaggio era l’opposto: fermarmi, entrare in contatto con la terra e la sua gente e lasciare che il ritmo delle montagne dettasse il ritmo. Meno statistiche, più presenza e prospettiva.
L’idea di percorrere il Circuito dell’Annapurna non è nata in Nepal. È nata dal sogno di percorrere la Pamir Highway dal Tagikistan al Kirghizistan. Quando ho contattato Marco Ricci, fondatore di Esplora.cc, abbiamo parlato di logistica e di cosa ci sarebbe voluto per affrontare quella sfida. Ma con le continue tensioni politiche e la chiusura delle frontiere nella regione, Marco mi disse che avrebbe guidato una spedizione sul Circuito dell’Annapurna e mi invitò a unirmi.
Il pensiero di andare in Nepal e attraversare l’Himalaya era sufficiente. Non esitai. Quando raccontai il progetto alle mie amiche Lotti e Tatiana, anche loro furono attratte dall’idea. Presto eravamo alla nostra prima chiamata di gruppo, sognando in grande e tracciando linee sulle mappe. Marco ci disse in seguito che un altro ciclista, Alessandro, si sarebbe unito a noi, a dimostrazione che le migliori avventure spesso iniziano con un mix di amicizia, destino e un atto di fede.
Sei mesi dopo, volammo da Berlino a Kathmandu, incontrando Marco e Alessandro durante uno scalo a Doha. Due notti nella capitale del Nepal ci diedero il tempo di scrollarci di dosso il jet lag e immergerci nel suo vibrante caos: templi, traffico, colori, incenso e rumore.”
Emotional rollercoaster, exhilarating, humbling.
Lotti: “Our first night at Om Tara Guesthouse — tea on the rooftop with Ugo, listening to stories from 40 years ago — felt like pure holiday magic. Kathmandu itself was overwhelming in every sense: the Monkey Temple, Durbar Square, the relentless traffic, and life unfolding entirely on the streets. People eating, tattooing, pulling teeth, drying spices. It was sensory overload at its peak.
On the morning of our departure, a minor accident left me with a bruised knee and forced us to delay by a day. It immediately tested our group dynamic. Do some go ahead by bus? Do we split up? Or stay together? We chose unity, sacrificing a buffer day and learning patience and flexibility right from the start.
Preparing for a country I’d never visited, with unfamiliar culture and extreme weather, meant focusing on three pillars: material, mental, and physical.
Material preparation was relentless. Packing and unpacking, cross-checking gear lists from Marco, ChatGPT, and Melina’s Silk Road notes. How many down layers? Which shoes for trekking versus clip-in pedals? Jackets, gloves, spare parts — we mapped out every pocket of our bags, knowing that after a few days in the wild, your brain turns to mush. Permits, vaccinations, maps, emergency contacts — even a line in the budget for helicopter rescue above 5,000 metres.
Mental preparation was the most underestimated. This journey felt like a return to humility — a reminder of real risk and the need to accept uncertainty. “What if something goes wrong?” wasn’t hypothetical. Trusting the process, preparing for fear or panic, leaning on Maya when needed — all of it mattered. Physically, I trained hard: mountain rides in Albania, long hours on the indoor trainer, disciplined fuelling, early nights to prepare for jet lag.
Once riding, we found our rhythm. The first days were an immersion: dust, heat, winding roads out of Pokhara, waving children, black-faced monkeys, humid jungle air. Gradually, the group settled. Each of us found our pace and breath. We ate traditional meals, passed rivers and waterfalls, spotted giant spiders and banana trees. Life reduced to essentials: breathe, pedal, eat, drink, keep moving.
Magic appeared unexpectedly — like a jungle school that pulled us into a traditional dance competition. Pure emotion, pure culture. Tears came easily. The days blurred together; routine and worry dissolved. What remained was presence — feeling alive, connected, and exactly where we were meant to be.”
Montagne russe emozionali, esaltanti, umilianti.
Lotti: “La nostra prima notte all’Om Tara Guesthouse – tè sul tetto con Ugo, ascoltando storie di 40 anni fa – è stata pura magia vacanziera. Kathmandu stessa era travolgente in ogni senso: il Tempio delle Scimmie, Piazza Durbar, il traffico incessante e la vita che si svolgeva interamente per strada. Persone che mangiavano, tatuavano, cavavano denti, essiccavano spezie. Era un mix di emozioni indescrivibili!
La mattina della nostra partenza, un piccolo incidente mi ha lasciato un ginocchio ammaccato e ci ha costretti a ritardare di un giorno. Ha messo subito alla prova le dinamiche del nostro gruppo. Qualcuno va avanti in autobus? Ci dividiamo? O restiamo insieme? Abbiamo scelto l’unità, sacrificando un giorno di pausa e imparando pazienza e flessibilità fin dall’inizio.
Prepararsi per un paese che non avevo mai visitato, con una cultura sconosciuta e condizioni meteorologiche estreme, significava concentrarsi su tre pilastri: materiale, mentale e fisico.
La preparazione materiale è stata incessante. Fare e disfare i bagagli, controllare le liste dell’equipaggiamento di Marco, ChatGPT e gli appunti di Melina sulla Silk Road. Quanti strati di piumino? Quali scarpe da trekking o pedali a sgancio rapido? Giacche, guanti, pezzi di ricambio: abbiamo mappato ogni tasca dei nostri zaini, sapendo che dopo qualche giorno nella natura selvaggia, il cervello si trasforma in poltiglia. Permessi, vaccini, mappe, contatti di emergenza, persino una voce nel budget per il soccorso in elicottero sopra i 5.000 metri.
La preparazione mentale è stata la più sottovalutata. Questo viaggio è sembrato un ritorno all’umiltà, un promemoria del rischio reale e della necessità di accettare l’incertezza. “E se qualcosa va storto?” Non era ipotetico. Fidarsi del processo, prepararsi alla paura o al panico, appoggiarsi a Maya quando necessario: tutto questo contava. Fisicamente, mi sono allenata duramente: giri in montagna in Albania, lunghe ore sui rulli indoor, esperimenti su come gestire il cibo, notti insonni per prepararmi al jet lag.
Una volta in sella, abbiamo trovato il nostro ritmo. I primi giorni sono stati un’immersione: polvere, caldo, strade tortuose fuori da Pokhara, bambini che salutavano, scimmie dalla faccia nera, aria umida della giungla. Gradualmente, il gruppo si è stabilizzato. Ognuno di noi ha trovato il proprio ritmo e il proprio respiro. Abbiamo mangiato piatti tradizionali, abbiamo attraversato fiumi e cascate, avvistato ragni giganti e banani. La vita ridotta all’essenziale: respirare, pedalare, mangiare, bere, continuare a muoversi.
La magia è apparsa inaspettatamente, come una scuola nella giungla che ci ha trascinati in una gara di danza tradizionale. Emozione pura. Le lacrime sono scese facilmente. I giorni si sono confusi; routine e preoccupazioni si sono dissolte. Ciò che è rimasto è stata la presenza: sentirsi vivi, connessi ed esattamente dove dovevamo essere.”
“This journey was about pausing, connecting with the land and its people, and letting the mountains set the tempo.”
“Mental preparation was the most underestimated. This journey felt like a return to humility.”
Cold. Colorful. Epic.
Tatiana: “This trip became a serious challenge — not only physically, but emotionally. One month before departure, my personal life shifted dramatically. Instead of focusing on the dream journey I had looked forward to for ten months, I was dealing with everyday upheaval. Still, after long flights, minor crashes, Lotti’s swollen knee, and the chaotic transfer to Pokhara, we finally began. There we were — on our bikes, seeing the Himalayas for the first time.
Nepal felt unlike anywhere I’d travelled before. Despite visible poverty, everything appeared remarkably cared for. Houses, villages, even trucks looked like artworks — covered in colours, ornaments and patterns that exploded against the wild landscape. Villages could be recognised from afar by their distinct palettes. Hand-painted signs in perfect calligraphy reminded me that life here is still made by human hands — not printed or machine-cut.
We rode along the dusty, chaotic main road, horns blaring, traffic surging — and to our left, beneath a deep blue sky, rose the snow-covered Himalayas. At first, it felt manageable. But a few days in, I realised I was the slowest in the group. Not the weakest — just slower. My rhythm — how I wake, pack, eat and ride — didn’t match theirs. The higher we climbed, the more obvious it became.
Twelve days of steady climbing, early mornings, cold nights and thinning oxygen magnified that imbalance. Feeling out of sync was the hardest part. We communicated openly, but I struggled with not wanting to be a burden while quietly needing empathy. The experience touched something deeper in me — old wounds I’m still reflecting on.
My mantra became: I’m not weak. I can do this. I just need my rhythm. But above 4,000 metres, when that wasn’t enough to keep up, I made the decision to continue part of the route on foot.
One moment stands out: at 5,100 metres our guide became sick with altitude. Maya stepped forward to lead the group toward the pass, while I chose to stay back and descend with him until he recovered. We crossed the next day together.
I tried to stay present and adapt when reality hit hard. You can’t prepare for everything. If I’ve learned anything, it’s this: don’t get stuck in the difficulties. Trust yourself. Smile — and keep moving forward.”
Freddo. Colorato. Epico.
Tatiana: “Questo viaggio è diventato una sfida seria, non solo fisicamente, ma anche emotivamente. Un mese prima della partenza, la mia vita personale è cambiata radicalmente. Invece di concentrarmi sul viaggio da sogno che avevo atteso per dieci mesi, mi ritrovavo a dover affrontare i continui sconvolgimenti quotidiani. Eppure, dopo lunghi voli, piccoli incidenti, il ginocchio gonfio di Lotti e il caotico trasferimento a Pokhara, finalmente siamo partiti. Eccoci lì, in bicicletta, a vedere l’Himalaya per la prima volta.
Il Nepal era diverso da qualsiasi altro posto in cui fossi mai stata prima. Nonostante l’apparente povertà, tutto appariva straordinariamente curato. Case, villaggi, persino camion sembravano opere d’arte, ricoperti di colori, ornamenti e motivi che esplodevano contro il paesaggio selvaggio. I villaggi si riconoscevano da lontano per le loro tavolozze di colori distintive. Cartelli dipinti a mano con una calligrafia perfetta mi ricordavano che la vita qui è ancora fatta dalle mani dell’uomo, non stampata o tagliata a macchina.
Percorrevamo la strada principale polverosa e caotica, con i clacson che strombazzavano, il traffico che aumentava, e alla nostra sinistra, Sotto un cielo azzurro intenso, si ergevano le cime innevate dell’Himalaya. All’inizio, sembrava gestibile. Ma dopo qualche giorno, mi sono resa conto di essere la più lenta del gruppo. Non la più debole, solo la più lenta. Il mio ritmo – il modo in cui mi sveglio, preparo i bagagli, mangio e pedalo – non corrispondeva al loro. Più salivamo, più diventava evidente.
Dodici giorni di salita costante, mattine presto, notti fredde e ossigeno sempre più scarso hanno amplificato quello squilibrio. Sentirsi fuori sincrono è stata la parte più difficile. Comunicavamo apertamente, ma ho lottato per non essere un peso, pur avendo bisogno di empatia. L’esperienza ha toccato qualcosa di più profondo in me – vecchie ferite su cui sto ancora riflettendo.
Il mio mantra è diventato: non sono debole. Posso farcela. Ho solo bisogno del mio ritmo. Ma oltre i 4.000 metri, quando non è stato sufficiente per tenere il passo, ho deciso di proseguire parte del percorso a piedi.
Un momento è rimasto impresso: a 5.100 metri la nostra guida si è sentita male per l’altitudine. Maya Si fece avanti per guidare il gruppo verso il passo, mentre io scelsi di rimanere indietro e scendere con lui finché non si fosse ripreso. Passammo insieme il giorno dopo.
Cercai di rimanere presente e di adattarmi quando la realtà mi colpì duramente. Non ci si può preparare a tutto. Se ho imparato qualcosa, è questo: non rimanere impantanato nelle difficoltà. Abbi fiducia in te stesso. Sorridi e continua ad andare avanti.”
Finding Rhythm in the Himalayas
A LAND BETWEEN THEN AND NOW
RIDERS: @maya.maya.pants.on.fire @tatiana.myk @lotti_the_klinge
IMAGES: Maya, Tatiana and Lotti
WORDS: Maya, Tatiana and Lotti
LOCATION: Nepal
In late 2025, three Berlin-based cyclists — Maya, Lotti and Tatiana — embarked on a 23-day bikepacking journey from Berlin to Nepal, riding around 400km and climbing more than 10,500 metres on the Annapurna Circuit. What began as a dream of high mountains and slower travel became an intense, grounding and deeply self-reflective experience.
Intense, grounding, self-reflecting
Maya: “I’ve always been drawn to pushing my limits while exploring remote corners of the planet. When we started planning Nepal, it had been a long time since I’d travelled so far from home — I felt an enduring pull toward high mountains. Where better to answer that call than the Himalayas? Although I often head out alone on wild expeditions, I knew this environment would demand more.
I was also craving a slower pace. As an ultra-racer, I’m used to moving quickly through extraordinary landscapes, rarely stopping long enough to truly absorb them. This journey was about the opposite: pausing, connecting with the land and its people, and letting the rhythm of the mountains set the tempo. Less about stats, more about presence and perspective.
The idea to cycle the Annapurna Circuit didn’t begin with Nepal. It grew from a dream of riding the Pamir Highway from Tajikistan to Kyrgyzstan. When I reached out to Marco Ricci, founder of Esplora.cc, we spoke about logistics and what it would take to tackle that challenge. But with ongoing political tensions and border closures in the region, Marco mentioned he’d be guiding an expedition on the Annapurna Circuit — and invited me to join.
The thought of travelling to Nepal and riding through the Himalayas was enough. I didn’t hesitate. When I shared the plan with my friends Lotti and Tatiana, they were equally drawn to the idea. Soon we were on our first group call, dreaming big and tracing lines across maps. Marco later told us another rider, Alessandro, would join — proof that the best adventures often begin with a mix of friendship, fate, and a leap of faith.
Six months later, we flew from Berlin to Kathmandu, meeting Marco and Alessandro during a stopover in Doha. Two nights in Nepal’s capital gave us time to shake off jet lag and dive into its vibrant chaos — temples, traffic, colours, incense, and noise.”
Alla fine del 2025, tre cicliste berlinesi – Maya, Lotti e Tatiana – hanno intrapreso un viaggio in bicicletta di 23 giorni da Berlino al Nepal, percorrendo circa 400 km e salendo oltre 10.500 metri sul circuito dell’Annapurna. Quello che era iniziato come un sogno di viaggio lento e montagne altissime, si è trasformato in un’esperienza intensa, radicata e profondamente auto-riflessiva.
Intenso, radicato, riflessivo
Maya: “Sono sempre stata attratta dal superare i miei limiti esplorando angoli remoti del pianeta. Quando abbiamo iniziato a pianificare il Nepal, era da molto tempo che non viaggiavo così lontano da casa: sentivo un’attrazione persistente verso le montagne altissime. Quale posto migliore dell’Himalaya per rispondere a questa chiamata? Sebbene spesso parta da sola per spedizioni selvagge, sapevo che questo ambiente avrebbe richiesto di più.
Desideravo anche un ritmo più lento. Come ultra-runner, sono abituata a muovermi velocemente attraverso paesaggi straordinari, raramente fermandomi abbastanza a lungo per assorbirli veramente. Questo viaggio era l’opposto: fermarmi, entrare in contatto con la terra e la sua gente e lasciare che il ritmo delle montagne dettasse il ritmo. Meno statistiche, più presenza e prospettiva.
L’idea di percorrere il Circuito dell’Annapurna non è nata in Nepal. È nata dal sogno di percorrere la Pamir Highway dal Tagikistan al Kirghizistan. Quando ho contattato Marco Ricci, fondatore di Esplora.cc, abbiamo parlato di logistica e di cosa ci sarebbe voluto per affrontare quella sfida. Ma con le continue tensioni politiche e la chiusura delle frontiere nella regione, Marco mi disse che avrebbe guidato una spedizione sul Circuito dell’Annapurna e mi invitò a unirmi.
Il pensiero di andare in Nepal e attraversare l’Himalaya era sufficiente. Non esitai. Quando raccontai il progetto alle mie amiche Lotti e Tatiana, anche loro furono attratte dall’idea. Presto eravamo alla nostra prima chiamata di gruppo, sognando in grande e tracciando linee sulle mappe. Marco ci disse in seguito che un altro ciclista, Alessandro, si sarebbe unito a noi, a dimostrazione che le migliori avventure spesso iniziano con un mix di amicizia, destino e un atto di fede.
Sei mesi dopo, volammo da Berlino a Kathmandu, incontrando Marco e Alessandro durante uno scalo a Doha. Due notti nella capitale del Nepal ci diedero il tempo di scrollarci di dosso il jet lag e immergerci nel suo vibrante caos: templi, traffico, colori, incenso e rumore.”
Emotional rollercoaster, exhilarating, humbling.
Lotti: “Our first night at Om Tara Guesthouse — tea on the rooftop with Ugo, listening to stories from 40 years ago — felt like pure holiday magic. Kathmandu itself was overwhelming in every sense: the Monkey Temple, Durbar Square, the relentless traffic, and life unfolding entirely on the streets. People eating, tattooing, pulling teeth, drying spices. It was sensory overload at its peak.
On the morning of our departure, a minor accident left me with a bruised knee and forced us to delay by a day. It immediately tested our group dynamic. Do some go ahead by bus? Do we split up? Or stay together? We chose unity, sacrificing a buffer day and learning patience and flexibility right from the start.
Preparing for a country I’d never visited, with unfamiliar culture and extreme weather, meant focusing on three pillars: material, mental, and physical.
Material preparation was relentless. Packing and unpacking, cross-checking gear lists from Marco, ChatGPT, and Melina’s Silk Road notes. How many down layers? Which shoes for trekking versus clip-in pedals? Jackets, gloves, spare parts — we mapped out every pocket of our bags, knowing that after a few days in the wild, your brain turns to mush. Permits, vaccinations, maps, emergency contacts — even a line in the budget for helicopter rescue above 5,000 metres.
Mental preparation was the most underestimated. This journey felt like a return to humility — a reminder of real risk and the need to accept uncertainty. “What if something goes wrong?” wasn’t hypothetical. Trusting the process, preparing for fear or panic, leaning on Maya when needed — all of it mattered. Physically, I trained hard: mountain rides in Albania, long hours on the indoor trainer, disciplined fuelling, early nights to prepare for jet lag.
Once riding, we found our rhythm. The first days were an immersion: dust, heat, winding roads out of Pokhara, waving children, black-faced monkeys, humid jungle air. Gradually, the group settled. Each of us found our pace and breath. We ate traditional meals, passed rivers and waterfalls, spotted giant spiders and banana trees. Life reduced to essentials: breathe, pedal, eat, drink, keep moving.
Magic appeared unexpectedly — like a jungle school that pulled us into a traditional dance competition. Pure emotion, pure culture. Tears came easily. The days blurred together; routine and worry dissolved. What remained was presence — feeling alive, connected, and exactly where we were meant to be.”
Montagne russe emozionali, esaltanti, umilianti.
Lotti: “La nostra prima notte all’Om Tara Guesthouse – tè sul tetto con Ugo, ascoltando storie di 40 anni fa – è stata pura magia vacanziera. Kathmandu stessa era travolgente in ogni senso: il Tempio delle Scimmie, Piazza Durbar, il traffico incessante e la vita che si svolgeva interamente per strada. Persone che mangiavano, tatuavano, cavavano denti, essiccavano spezie. Era un mix di emozioni indescrivibili!
La mattina della nostra partenza, un piccolo incidente mi ha lasciato un ginocchio ammaccato e ci ha costretti a ritardare di un giorno. Ha messo subito alla prova le dinamiche del nostro gruppo. Qualcuno va avanti in autobus? Ci dividiamo? O restiamo insieme? Abbiamo scelto l’unità, sacrificando un giorno di pausa e imparando pazienza e flessibilità fin dall’inizio.
Prepararsi per un paese che non avevo mai visitato, con una cultura sconosciuta e condizioni meteorologiche estreme, significava concentrarsi su tre pilastri: materiale, mentale e fisico.
La preparazione materiale è stata incessante. Fare e disfare i bagagli, controllare le liste dell’equipaggiamento di Marco, ChatGPT e gli appunti di Melina sulla Silk Road. Quanti strati di piumino? Quali scarpe da trekking o pedali a sgancio rapido? Giacche, guanti, pezzi di ricambio: abbiamo mappato ogni tasca dei nostri zaini, sapendo che dopo qualche giorno nella natura selvaggia, il cervello si trasforma in poltiglia. Permessi, vaccini, mappe, contatti di emergenza, persino una voce nel budget per il soccorso in elicottero sopra i 5.000 metri.
La preparazione mentale è stata la più sottovalutata. Questo viaggio è sembrato un ritorno all’umiltà, un promemoria del rischio reale e della necessità di accettare l’incertezza. “E se qualcosa va storto?” Non era ipotetico. Fidarsi del processo, prepararsi alla paura o al panico, appoggiarsi a Maya quando necessario: tutto questo contava. Fisicamente, mi sono allenata duramente: giri in montagna in Albania, lunghe ore sui rulli indoor, esperimenti su come gestire il cibo, notti insonni per prepararmi al jet lag.
Una volta in sella, abbiamo trovato il nostro ritmo. I primi giorni sono stati un’immersione: polvere, caldo, strade tortuose fuori da Pokhara, bambini che salutavano, scimmie dalla faccia nera, aria umida della giungla. Gradualmente, il gruppo si è stabilizzato. Ognuno di noi ha trovato il proprio ritmo e il proprio respiro. Abbiamo mangiato piatti tradizionali, abbiamo attraversato fiumi e cascate, avvistato ragni giganti e banani. La vita ridotta all’essenziale: respirare, pedalare, mangiare, bere, continuare a muoversi.
La magia è apparsa inaspettatamente, come una scuola nella giungla che ci ha trascinati in una gara di danza tradizionale. Emozione pura. Le lacrime sono scese facilmente. I giorni si sono confusi; routine e preoccupazioni si sono dissolte. Ciò che è rimasto è stata la presenza: sentirsi vivi, connessi ed esattamente dove dovevamo essere.”
“This journey was about pausing, connecting with the land and its people, and letting the mountains set the tempo.”
“Mental preparation was the most underestimated. This journey felt like a return to humility.”
Cold. Colorful. Epic.
Tatiana: “This trip became a serious challenge — not only physically, but emotionally. One month before departure, my personal life shifted dramatically. Instead of focusing on the dream journey I had looked forward to for ten months, I was dealing with everyday upheaval. Still, after long flights, minor crashes, Lotti’s swollen knee, and the chaotic transfer to Pokhara, we finally began. There we were — on our bikes, seeing the Himalayas for the first time.
Nepal felt unlike anywhere I’d travelled before. Despite visible poverty, everything appeared remarkably cared for. Houses, villages, even trucks looked like artworks — covered in colours, ornaments and patterns that exploded against the wild landscape. Villages could be recognised from afar by their distinct palettes. Hand-painted signs in perfect calligraphy reminded me that life here is still made by human hands — not printed or machine-cut.
We rode along the dusty, chaotic main road, horns blaring, traffic surging — and to our left, beneath a deep blue sky, rose the snow-covered Himalayas. At first, it felt manageable. But a few days in, I realised I was the slowest in the group. Not the weakest — just slower. My rhythm — how I wake, pack, eat and ride — didn’t match theirs. The higher we climbed, the more obvious it became.
Twelve days of steady climbing, early mornings, cold nights and thinning oxygen magnified that imbalance. Feeling out of sync was the hardest part. We communicated openly, but I struggled with not wanting to be a burden while quietly needing empathy. The experience touched something deeper in me — old wounds I’m still reflecting on.
My mantra became: I’m not weak. I can do this. I just need my rhythm. But above 4,000 metres, when that wasn’t enough to keep up, I made the decision to continue part of the route on foot.
One moment stands out: at 5,100 metres our guide became sick with altitude. Maya stepped forward to lead the group toward the pass, while I chose to stay back and descend with him until he recovered. We crossed the next day together.
I tried to stay present and adapt when reality hit hard. You can’t prepare for everything. If I’ve learned anything, it’s this: don’t get stuck in the difficulties. Trust yourself. Smile — and keep moving forward.”
Freddo. Colorato. Epico.
Tatiana: “Questo viaggio è diventato una sfida seria, non solo fisicamente, ma anche emotivamente. Un mese prima della partenza, la mia vita personale è cambiata radicalmente. Invece di concentrarmi sul viaggio da sogno che avevo atteso per dieci mesi, mi ritrovavo a dover affrontare i continui sconvolgimenti quotidiani. Eppure, dopo lunghi voli, piccoli incidenti, il ginocchio gonfio di Lotti e il caotico trasferimento a Pokhara, finalmente siamo partiti. Eccoci lì, in bicicletta, a vedere l’Himalaya per la prima volta.
Il Nepal era diverso da qualsiasi altro posto in cui fossi mai stata prima. Nonostante l’apparente povertà, tutto appariva straordinariamente curato. Case, villaggi, persino camion sembravano opere d’arte, ricoperti di colori, ornamenti e motivi che esplodevano contro il paesaggio selvaggio. I villaggi si riconoscevano da lontano per le loro tavolozze di colori distintive. Cartelli dipinti a mano con una calligrafia perfetta mi ricordavano che la vita qui è ancora fatta dalle mani dell’uomo, non stampata o tagliata a macchina.
Percorrevamo la strada principale polverosa e caotica, con i clacson che strombazzavano, il traffico che aumentava, e alla nostra sinistra, Sotto un cielo azzurro intenso, si ergevano le cime innevate dell’Himalaya. All’inizio, sembrava gestibile. Ma dopo qualche giorno, mi sono resa conto di essere la più lenta del gruppo. Non la più debole, solo la più lenta. Il mio ritmo – il modo in cui mi sveglio, preparo i bagagli, mangio e pedalo – non corrispondeva al loro. Più salivamo, più diventava evidente.
Dodici giorni di salita costante, mattine presto, notti fredde e ossigeno sempre più scarso hanno amplificato quello squilibrio. Sentirsi fuori sincrono è stata la parte più difficile. Comunicavamo apertamente, ma ho lottato per non essere un peso, pur avendo bisogno di empatia. L’esperienza ha toccato qualcosa di più profondo in me – vecchie ferite su cui sto ancora riflettendo.
Il mio mantra è diventato: non sono debole. Posso farcela. Ho solo bisogno del mio ritmo. Ma oltre i 4.000 metri, quando non è stato sufficiente per tenere il passo, ho deciso di proseguire parte del percorso a piedi.
Un momento è rimasto impresso: a 5.100 metri la nostra guida si è sentita male per l’altitudine. Maya Si fece avanti per guidare il gruppo verso il passo, mentre io scelsi di rimanere indietro e scendere con lui finché non si fosse ripreso. Passammo insieme il giorno dopo.
Cercai di rimanere presente e di adattarmi quando la realtà mi colpì duramente. Non ci si può preparare a tutto. Se ho imparato qualcosa, è questo: non rimanere impantanato nelle difficoltà. Abbi fiducia in te stesso. Sorridi e continua ad andare avanti.”